mercoledì 14 dicembre 2022

 

Riflessione sul tema di Notte de Chelu: l’Arcobaleno

Un fenomeno atmosferico che ci ha sempre affascinato. Da piccoli rimanevamo attratti dalla perfetta combinazione dei sette colori che suggerivano la fine delle perturbazioni e l’arrivo del bel tempo. La limpida molteplicità delle sue gradazioni si sublima nella luce della pace. Quiete nella natura, felicità tra gli animali, armonia negli animi. Una serenità che attraversa il creato. Lo spavento provocato dal fragore della tempesta si dissolve con il crescente chiarore. L’universo si acquieta al disvelarsi di un magico nastro di tonalità: l’arcobaleno. Esso ripropone la simbologia della stella cometa che guidò i tre Magi al luogo in cui Gesù sarebbe venuto al mondo. Per salvarci. Per pacificare l’umanità. Oggi più che mai. L’arcobaleno nel suo magico caleidoscopio di colori e di emozioni ci sollecita a riscoprire i valori veri della nostra esistenza: la concordia, l’armonia, l’amicizia, la solidarietà, la fratellanza. Stati d’animo che abbiamo rivissuto nella realizzazione del presepe e che speriamo si diffondano sempre più intensamente nella nostra comunità e nel mondo. Per ritornare bambini e per recuperare innocenza e candore. Per sorridere con gli occhi e con il cuore. Per stupirci, ammaliati con lo sguardo rivolto al cielo, a osservare una magia della natura. Per rallegrarci e per deliziarci con le sue leggiadre sfumature. Per contemplare un fascio di luce sospeso nell’orizzonte di ciascuno per lenire le cicatrici della vita.

 

 

 

  

domenica 16 gennaio 2022

In cammino

Un pizzico di orgoglio a stento trattenuto. Un florilegio di emozioni che carezzano gli interstizi più reconditi dell’animo. Non immaginavo un’accoglienza così generosa nei confronti della mia pubblicazione. Sorpreso, ma soddisfatto, ho dovuto procedere ad una frettolosa ristampa per soddisfare le incombenti richieste. Grazie…cento volte! !! A quanti lo hanno sfiorato, lo hanno accarezzato, lo hanno accolto tra le mani e lo hanno esplorato con il cuore. Agli amici, ai parenti, ai conoscenti, ai colleghi, agli ex alunni, a tanti anonimi lettori. A quanti lo hanno scandagliato con profondo trasporto e con personale coinvolgimento. A quanti lo hanno sorseggiato come un cocktail e a quanti lo hanno gustato come un dolce. Grazie a quanti si sono immedesimati nelle storie e, infine, grazie a quanti lo hanno posato sul comodino con il proposito di riprenderne la visione come si fa con le serie televisive. Grazie a chi lo ha apprezzato, grazie a chi l’ha gradito, grazie a chi ha creduto nel suo valore. A coloro che hanno espresso le proprie felicitazioni, a coloro che mi hanno indirizzato informazioni e a coloro che mi hanno suggerito modifiche o variazioni. Grazie a coloro che formuleranno le proprie critiche che saranno accettate come gemme preziose per migliorarlo e… per migliorarmi. Cento volte grazie a chi ha scommesso su un “umile scriba" (cit. Gianni Brera) che ha attinto al calamaio della fantasia e si è messo in cammino alla ricerca …del Graal! Consapevole che “Ogni cammino è un’esplorazione, ogni cammino è una rivelazione, ogni cammino è un rinnovamento, ogni cammino è un cambiamento, ogni cammino è …per sempre”.

venerdì 19 novembre 2021

Morte di un bimbo

Affamato, disidratato, assiderato. Ti sei assopito e sei sprofondato in un sonno eterno. Si narra che la morte per assideramento sia quella più dolce. Forse per te lo è stata. Non lo sapremo mai. Anche se avevamo intuito che il dramma era alle porte. Cariche, reticolati, cani lupo, getti d’idranti, manganelli, odio, disprezzo. Tutti riversati su poveri derelitti. Derisi, scherniti, detestati. Vasi di coccio tra giganti di egoismo. Umanità contro disumanità. Nazionalismo contro cosmopolitismo. Altruismo contro cinismo. Miseria contro opulenza. Al centro della storia consumata al confine tra Bielorussia e Polonia, un viso angelicato dalla tenerissima età. Sguardo sognante mai attraversato dal male e dalla malizia. Occhi perforati dall’inferno della morte perché non raggiunti dalla carità della vita. Proprio nella giornata dedicata a “creare un mondo migliore nel quale le persone possano crescere al sicuro per raggiungere il loro pieno potenziale”. Amaro contrappasso del quale non sei riuscito a comprendere il significato. Non te lo hanno consentito. Si ignora perfino la tua identità. I tuoi genitori, svaniti, forse costretti a una fuga precipitosa. Sappiamo solo che sei siriano e che avevi appena compiuto un anno di vita. Una morte silenziosa colpevolmente ignorata. Qualche flebile cenno sui notiziari la cui eco si dissolverà domani nel vento dell'indifferenza. Senza conforti, senza preghiere, senza onoranze, senza lacrime. Un bimbo ignoto dall'identità anonima che è stata defraudato dei più elementari gesti o delle più semplici testimonianze di carità. Che, proprio per questo, pesa come un macigno nella coscienza di coloro che possiedono ancora un briciolo di pietà.

sabato 13 novembre 2021

Musica de s'anima

 


Una volta poeta sempre poeta. La parafrasi della celebre regola benedettina ben si adatta alla biografia poetica di Gavina Correddu autrice nel 1981 di una raccolta di liriche “Duas paraulas a s’iscuja”. A distanza di trentotto anni la poetessa ripercorre le segrete gallerie del proprio animo per dare alle stampe la nuova raccolta “Musica de s’anima”. A riprova che il sottilissimo filo che lega i poeti con la propria creatività si può dilatare, ma non spezzare. Un intervallo lunghissimo che è servito all’autrice per galoppare con la fantasia recependo e recuperando suoni e rumori, immagini e sensazioni. Mi sono interrogato sulle motivazioni che portano a scrivere poesie oggi. E’ un’operazione ancora attuale? Alcuni ritengono non sia più di moda. Quasi un retaggio del passato. Eppure la parola poesia etimologicamente significa creazione. Scrivere in versi costituisce l’adempimento più alto e più puro per esprimere il proprio vissuto spirituale. Il mondo che ci circonda ci ha resi insensibili, spesso disattenti alle manifestazioni della quotidianità. Siamo abituati a percepire la realtà con il senso della vista che si sofferma sull’esteriorità, sulle apparenze, sulle forme e sulle sembianze. La vita, in questo modo, viene esplorata in maniera superficiale ed approssimativa. Osserviamo, ma non percepiamo l’intima essenza delle cose. “L’essenziale è invisibile agli occhi” affermava il piccolo principe.La poesia, invece, possiede lo stigma dell’introspezione della meditazione e si realizza attraverso la riflessione; presuppone tempi distesi per poter scoprire mondi nascosti e inesplorati e disvelare continenti nuovi; secondo il poeta Ungaretti nasce solo attraverso una profonda “tensione emotiva” che si acquieta attraverso un intenso coinvolgimento. Il poeta annusa, ascolta, sfiora, recepisce le magiche suggestioni che lo attorniano. E’ necessaria, però, una particolare sensibilità per rappresentare poeticamente il firmamento che ci sovrasta. Sentimento questo che è proprio dell’anima. “Il poeta non può prescindere dalla scoperta della propria anima vera” scriveva Giorgio Caproni nella prefazione ad una propria raccolta. Una riflessione introspettiva profonda e accurata per dare forma alle proprie emozioni. Fare poesia è quindi particolarmente attuale perché rappresenta la maniera più efficace per parlare con l’anima alle anime. Considerazioni e riflessioni scaturite spontaneamente al termine della lettura della raccolta di liriche di “Musica de s’anima”. 

Il titolo riecheggia le direttrici portanti dell’ispirazione della poetessa: l’anima e la musica. La prima rievoca cammini in contrade sconosciute, percorsi seminati di gioia e di dolore, orizzonti intrisi di atmosfere tenebrose e spensierate, incontri inaspettati, ferite non del tutto rimarginate. La musica è, a sua volta, l’arte che più si avvicina alla poesia. Il musicista è il poeta dei suoni e dei silenzi elaborati attraverso la propria ispirazione. I versi possiedono le qualità della musica e riescono a trasmettere i propri stati d’animo in maniera più evocativa e potente della prosa. Proprio per questo l’espressione poetica costituisce il più elevato strumento di comunicazione perché sempre rivolto alla rappresentazione delle pieghe più nascoste dei nostri sentimenti ed orientata allo stesso tempo alla raffigurazione di una realtà ricca di sfumature e di sfaccettature.

Gavina Correddu nel suo libro bilingue (italiano e sardo) cerca di percepire la realtà con il cuore. Un cuore generoso e vitale che pulsa leggero e soave; risoluto, però, nel rappresentare le diverse declinazioni che la sua libera ispirazione ci dispensa: l’amore, la vita, la morte, la natura, la pace, la felicità, il dolore, i ricordi dei propri cari, la gioia, la sofferenza, la poesia.

L’amore, in primis, declinato nelle sue multiformi sfaccettature. Amore filiale, materno, coniugale. L’amore che alimenta l’anima e secondo l’autrice “nasce dal mistero di un sorriso tra una ragnatela di sogni scintillanti d’infinito”. Sentimento raccontato attraverso metafore cariche di impressioni, quasi folgorazioni rappresentate con estrema precisione lessicale. L’amore che è anche “la mano di un amico che stringe forte la tua” e si realizza quando “il pianto accorato del figlio si scioglie sul seno della madre” (Linfa d’amore). Versi suggestivi che nascono da una profonda tensione emotiva e si segmentano attraverso intense implicazioni simboliche e significative costruzioni metaforiche.

L’amore per la natura prorompe impetuoso nella lirica “foglie morte”; in essa assistiamo al lento languire delle foglie delle quali “solo la poesia… immortala l’agonia”. Immagini assorte, meditate emergono dal componimento “Nuvole” nella quale ciuffi di ombre attraversano l’orizzonte e “cingono tenere i fianchi del monte come braccia d’amore”. Evocazioni soavi che trasmettono beatitudine; sensazione ripresa e rafforzata nelle lirica in lingua sarda “Pace” definita “veru cunfortu”. Tematiche eterne, care ai poeti di tutti i tempi, sulle quali scocca all’improvviso una scintilla che le accende sprigionando bagliori sfavillanti che illuminano la mente di chi legge.

Ogni poetica è contrassegnata da una rara sensibilità e da un’inconsueta delicatezza. I componimenti sembrano descrivere la leggiadra traiettoria delle frecce scagliate da un provetto arciere che raggiungono il bersaglio della bellezza. Sia quando descrivono Ozieri, paese natio lasciato da giovane sposa che incarna gli incanti e le magie della giovinezza sia quando tratteggiano Monti comunità che l’ha benevolmente accolta. Realtà quest’ultima mitizzata perché rappresenta lo spaccato della maturità: amata al punto da essere definita attraverso una mirabile identificazione “Terra mia”. Alcuni di questi temi erano presenti nella pubblicazione precedente. L’autrice li riprende in questa sua nuova raccolta e ne amplia, con un linguaggio limpido e piano, l’orizzonte poetico.

Costituirebbe, però, operazione velleitaria pretendere con queste brevi note di offrire un panorama esaustivo dei bagliori poetici che emanano dalle liriche e riverberano allo stesso tempo emozioni forti e intense. Ciascuno dovrà approcciarsi alla lettura con i sentimenti propri dei cercatori d’oro: attenzione, concentrazione, tensione emotiva. Stati d’animo che dopo la lettura e la scoperta delle numerose pepite poetiche presenti in questa raccolta hanno determinato nella mia persona stupore, ammirazione ed entusiasmo.

Non è stato, però, necessario scandagliare il greto di un torrente o perforare il solido strato di una galleria sotterranea; è bastato abbandonarsi alla lettura e alla meditazione delle liriche che seguono per scovare preziosità poetiche significative e “prepotenti…che diamante”. Una sensazione di libertà e di leggerezza, un trasalimento che ci ha catapultato nell’atmosfera celeste in un’ideale identificazione con le nuvole mosse dalle brezze mattutine. I palpiti del nostro animo si sono rasserenati e sono sembrati dissolversi i tormenti propri della nostra esistenza.

Perché la poesia, la vera poesia, contiene una musicalità leggiadra che nasce nell’anima quasi per magia e si diffonde nell’universo con sfumature armoniose e leggiadre che ci riconciliano con le cicatrici della vita.

giovedì 19 marzo 2020

La vita e la morte durante la pandemia


E’ difficile abituarsi a u una nuova modalità di approccio alla vita e alla convivenza civile. Dettata, obbligata da immagini raccapriccianti. E’ vero che la morte ci ha sempre accompagnato ed è il destino di ogni essere umano. Mai, però, avremmo potuto immaginare i camion militari incolonnati e impegnati ad accompagnare le bare al cimitero. L’altro giorno un amico mi ha telefonato per comunicarmi la morte di suo padre. Mi ha raccomandato di non andare a trovarlo per le ferree disposizioni in atto. Non immaginavo, però, che i familiari più stretti fossero esclusi anche dalle tristi operazioni della tumulazione. Questa pratica avrebbe suscitato la disapprovazione anche del mondo greco e di quello romano. Gli onori dovuti ai morti costituivano, infatti, un dovere imprescindibile di pietà religiosa. I lutti si elaborano meno amaramente attraverso forme più partecipi di distacco. Qualche avvisaglia però c’era stata. Una decina di giorni a questa parte in prossimità della farmacia ho incontrato una cara conoscente. Eravamo abituati, in queste circostante, a scambiarci impressioni, sensazioni, informazioni. Il chiacchiericcio proprio delle persone accomunate da visioni, opinioni e sensibilità. Il nostro dialogo, per sua volontà è stato molto conciso e stringato. Limitato ai convenevoli tipici dei saluti. Piccolo particolare: ho notato che si manteneva a distanza di sicurezza. Un colloquio breve, ma surreale. Il focolaio in quel periodo era limitato al solo settentrione. La Sardegna appariva un’oasi felice. Mentre mi allontanavo ho compreso che la mia interlocutrice aveva già attivato le precauzioni proprie della paura del contagio. Che oggi dobbiamo fare nostre. Dotandoci degli strumenti di protezione individuale prima di tutto. Dobbiamo, in secondo luogo, rimanere segregati a casa. Solo così possiamo scongiurare l’escalation dei decessi. Ieri abbiamo totalizzato oltre 470 morti. Un record che neanche la Cina, culla della diffusione del virus, ha raggiunto. Evidentemente non abbiamo adottato le misure consigliate. Siamo refrattari per tradizione al rispetto delle regole e pecchiamo di leggerezza e di superficialità. Anche quando ci imbattiamo nei baratri delle tragedie. Crediamo o speriamo che noi possiamo uscirne indenni. “A chi la tocca la tocca” risponde nei Promessi Sposi un inebetito Tonio a Renzo che si avvicina per sincerarsi come sta. Oggi crediamo e confidiamo che tocchi sempre agli altri. Ma gli altri, soprattutto oggi, siamo tutti noi e possiamo venir fuori da questo abisso solo con il concorso di tutti. Una guerra si ripete nei notiziari. I conflitti, però, si vincono con il contributo dagli eserciti. Composti soprattutto dai soldati semplici; che, per conseguire la vittoria, devono stare in trincea. Fuor di metafora, appartati nelle proprie abitazioni. Felici di uscire quando questa immane tragedia sarà finita. In attesa stiamo a casa. Abbiamo sorpreso il mondo facendo leva sulle nostre capacità di lottare e di soffrire. Di vincere quando tutti ci davano per sconfitti. Siamo rinati più forti di prima quando abbiamo fatto squadra. Nello sport, nella vita, nell’arte, nell’economia, nella cultura e nella moda. Il mondo ha bisogno di noi. Della nostra fantasia. Della nostra creatività. Crediamoci, credetemi, restiamo a casa

martedì 17 marzo 2020

Restiamo a casa


Una sensazione strana. Caratterizzata da uno stato d’ansia che non conoscevo da tempo. Controllo l’orologio: le 6.30. Avrei voglia di dormire, ma non ci riesco. Mi trovo immerso in una coltre di silenzio innaturale interrotto dai cinguettii dei passeri che salutano l’alba. Mi affaccio alla finestra e contemplo il sole che si districa tra le spente nuvole marzoline. Una leggera patina di guazza imperla le coperture dei tetti che rilucono rossastre ai primi bagliori. Mi piace soggiornare dietro i vetri e immaginare che la natura assiste, leopardianamente impassibile, alle tristi vicende umane. L’albicocco continua il processo di rivestimento primaverile. I germogli promettono una buona stagione di raccolta. Il melograno delinea foglioline arancioni che rivestono i ramoscelli rinsecchiti dalle brume invernali. Dovrei rimproverarlo perché contrariamente alle sue abitudini, quest’anno ha denotato un tratto del suo carattere che non gli conoscevo: l’avarizia. Sono ghiotto di melagrane e raccolgo con piacere i suoi frutti dolci e croccanti. Non ho potato l’olivo che sovrasta la strada principale. La pianta sembra ringraziarmi con un’esplosione di foglie novelle che attenuano la sensazione di angoscia che mi pervade. Per un istante. Poi ascolto le drammatiche notizie e l’inquietudine riprende inesorabile il suo corso. Figli, amici, conoscenti vicini solo attraverso i pensieri. Le telefonate, più frequenti questi giorni, aiutano a confortarci a vicenda. A volte basta solo ascoltare il tono rassicurante delle loro voci per sentirsi meglio. Mi ripeto e ripeto costantemente che possiamo uscirne. Mi auguro che tutto vada bene. Ce la possiamo fare a fronteggiare questo momento difficile. Ce la faremo. Tutti insieme, Restiamo a casa

domenica 10 febbraio 2019

Ah perché non son io co’ miei pastori?


“Ah perché non son io co’ miei pastori?” con questo verso Gabriele D'Annunzio concludeva nostalgicamente e magistralmente la sua stupenda lirica “I pastori”. Ho amato sempre questi versi che richiamavano le mie radici. Ecco perché vivo intensamente la disperazione dei figli della nostra terra. Figlio di pastore sono stato avviato con mio fratello e mia sorella agli studi superiori prima e all'università poi. Allora si poteva. Mio padre, a differenza del “padre padrone” descritto da Gavino Ledda non volle che abbracciassi questo percorso di vita. “Troppo duro, pesante e faticoso” diceva. Per questo motivo non mi insegnò a mungere, a curare le pecore, a tosarle, a riconoscerne benessere o malessere fisico. Lo appresi successivamente con tanta forza di volontà. E non fu semplice come si potrebbe immaginare. Il mio genitore era infaticabile nella sua attività mutevole e complessa: scuoiare un agnello, sezionare le parti del maiale, preparare gli insaccati, spaccare e accatastare la legna in previsione dei rigori invernali. Un sacrificio individuale e solitario e per questo spesso sconfortante e deprimente. Occorrevano doti non comuni: tempra, coraggio, tenacia, carattere, resistenza. Nelle nostre realtà si economizzava, ma tutto sommato si viveva dignitosamente grazie ad alimenti genuini e incontaminati: il pane preparato in casa, i prodotti dell’orto, le carni, il latte e i suoi derivati. Generi di prima necessità che sapevano di purezza e di primitività. Che, comunque, non remuneravano adeguatamente le alzatacce dal tavolo i giorni di Natale, di Pasqua e delle feste comandate per gli obblighi imposti dalla presenza e dalle esigenze del bestiame: mungitura, foraggi, mangimi, attenzioni, vigilanza e controlli. Le uscite quotidiane alle prime luci dell’alba ed i rientri senza orari predefiniti. Alle preoccupazioni di mia madre per i suoi quotidiani ritardi corrispondevano imprevisti nuovi, emergenze insolite: assistenza al parto di una pecora, sistemazione di una recinzione precaria, transumanza protratta più del previsto. E che dire delle avversità che sconvolgevano la vita dei campi. Pecore sgozzate in più occasioni dai cani, agnelli razziati dalle volpi, annate amaramente siccitose, incendi improvvisi ed angoscianti, gelate tremende e devastanti. A tutto questo si aggiungeva l’impossibilità di fruire di un giorno di ferie durante l’anno. Rinunce e sacrifici affrontati con serenità e con dignità. Un sottile velo di malinconia lo attraversò quando consegnò il bestiame ad un giovane allevatore che lo acquistò consapevole della la bontà e della qualità del nostro gregge. Per inciso ricordo che il prezzo del latte ai primi del 1980 era pari a 1500 lire al litro (75 centesimi circa di euro). Sono trascorsi quasi quattro decenni. Un’eternità economica e sociale. Oggi ci si ribella alla miseria dei 60 centesimi per un litro di latte e si vorrebbe ottenere almeno un euro. E qualcuno ancora non capisce i motivi di tanto malcontento. Incomprensibile per una parte della pubblica opinione la battaglia di civiltà volta a difendere la propria dignità e la propria identità. Resistere per esistere e per sopravvivere. Senza se e senza ma. L’unica soddisfazione deriva dalla constatazione che mio padre è deceduto senza aver vissuto questa tremenda, tragica, drammatica vicenda. Ne avrebbe sofferto terribilmente. Forse non avrebbe superato questa devastante esperienza. Per questi motivi sono idealmente, affettivamente e dannunzianamente vicino ai pastori. “Ah perché non son io co’ miei pastori?”


mercoledì 3 ottobre 2018

Su Furrighesu de Campu ‘e Nades



Non si finisce mai di apprendere. E di immaginare. E di sorprendersi. E di capire. E di scoprire. E di provare emozioni nuove e sconosciute. Che tracimano quando un mondo arcaico ci rivela la sua civiltà. La sua nobiltà. La sua grandezza. La sua dignità. La sua forza. E la sua attualità. Tutto nasce da una chiacchierata tra amici. Piero possiede un documento storico che cita la presenza de unu furrighesu, piccola grotticella scavata sulla roccia di epoca prenuragica. Ha cercato di localizzarla nel tempo senza risultati. Nessuno tra i proprietari della zona indicata nel documento ne ha mai sentito parlare. Fino ad una chiacchierata con Tonino. Questi ne ricorda l’ubicazione esatta, grazie alle indicazioni fornitegli dal padre quando era poco più di un bambino. Nel tempo ha più volte rivisto la celletta funeraria e non ha dubbi sulla corrispondenza con quella citata dal documento. Sono felice di far parte del trio che in qualche modo riscopre un’antica documentazione della nostra cultura. Una bella mattinata autunnale fa da cornice alla nostra escursione. Ci accompagna Dick uno splendido setter impegnato nella perlustrazione del territorio alla ricerca di tracce di selvaggina. La rugiada che imperla l’erbetta comprova una nottata umida scaturita dall’autunno incipiente. Nuvole appena accennate stemperano la foga dei raggi del sole. Dopo un tratto a bordo del fuoristrada riprendiamo il percorso a piedi. Ci addentriamo in un bosco costeggiando il percorso del fiume (riu riu). La macchia mediterranea prorompe impetuosa complice un’estate straordinariamente piovosa. Querce, lecci, ontani, biancospini, rovi di ogni genere ci costringono a mutare costantemente direzione per raggiungere la meta. Non è facile trovare l’obiettivo del nostro viaggio immerso in una folta vegetazione che si è infittita in seguito al progressivo abbandono delle coltivazioni e all’assenza del bestiame. Alla fine Tonino manifesta la sua soddisfazione. “Eccolo” ci dice, mentre ci avviciniamo, non senza sorpresa, ad ammirare questo splendido monumento. Frutto della raffinata perizia costruttiva di una comunità attenta e sensibile alla devozione e al culto di chi ci lascia. Ci avviciniamo in silenzio. Anche Dick sosta rispettoso davanti all’imbocco e non osa profanare questo luogo di culto. Rapiti e deferenti sostiamo davanti a quel piccolo sepolcro scavato sulla roccia. Presente secondo Giovanni Lilliu (La civiltà dei sardi, Eri, 1967) nella nostra isola in zone diverse e distanti tra loro tra le quali “Dorgali ( Mariughia e Canudedda), Abbasanta (Mesu Enas e S’Androne) e nei ripiani granitici di Berchidda (loc. San Salvatore o Furrighesos)”. Procediamo ad una prima ricognizione della nicchia ricavata in una possente roccia di granito. Gli 80 centimetri della porticina di accesso potrebbero essere incrementati attraverso la ripulitura del terriccio accumulato alla base nel tempo. Le misure delle tre dimensioni della grotticella circolare si aggirano sui cento centimetri circa. Ci ha colpito soprattutto l’armonia e la simmetria della volta a cupola; sbalorditiva la scelta di una tecnica che presuppone una particolare maestria per garantire rotondità nelle forme e levigatezza nelle superfici. La necessità di operare in posizione supina all’interno dell’incavo costituisce un ulteriore attestato della competenza dello scultore. Ancora più strabiliante perché questo miracolo artistico è stato realizzato scavando sul granito, roccia notoriamente dura e resistente, con strumenti primordiali. Una vera e propria opera d’arte che si conserva intatta nel tempo. Documentazione di un passato che riemerge disvelando elementi unici, peculiari ed ineguagliabili. Respiriamo a pieni polmoni il clima di sacralità che emana questo monumento architettonico prima di allontanarci emozionati ed entusiasti per aver riscoperto una significativa testimonianza della nostra civiltà.

La trascrizione del documento è stata curata da Piero Modde ed è stata tratta dal Libro di Amministrazione parrocchiale... (1812-1848), pag. 13 r. Dovrebbe essere stato scritto verso la metà del 1700.
"In su logu vulgu naradu sa funtana de messer Giulianu, s’intendedet a benner atta atta a ojos a su canale a pigare a terras de Sisinni Fresu, a torrare caminu caminu mannu a pigare a sas terras de D[o]n Gavinu Pes. Ateru pezzu de terra in su matessi logu, pighende dae su bachile a su Suerzu de su terravinu, passende a su suerzu, logu chi faghet giaru a su riu, bettendesi atta atta a ojos a su canale derettu a badu truliu, falende riu riu, torrende a su canale Pedrosu, alzende a subra rujende su canale, fina a satta de subra, torrende ischina ischina a ojos a sas pinnetas de Cazina, cun su orzale, e faharzu de sa chea de sas Pinnetas a cunfrontare a su badu de su furrighesu, alzende termene termene a pigare a terras de Salvadore Spensatellu".

sabato 1 settembre 2018

La mia banda suona il funky jazz


Una serata estiva promettente. Frizzante, gradevole e stimolante. Foriera di piacevoli esperienze. Lo avverti dall’atmosfera che ti avvolge: sembra fremere leggera e spensierata nell’accogliere i deboli refoli delle brezze serali. Un’amena località di villeggiatura. Turisti festanti. Sazi di sole, ammaliati dal mare, entusiasmati dalle nostre prelibatezze. Cercano, e molti ci riescono, di recuperare le energie e di eliminare le tossine e lo stress accumulati durante interminabili e noiosi mesi di lavoro. Cammino in compagnia di amici. Conquistati dalle bellezze sarde, non possono fare a meno di un soggiorno annuale nella nostra isola. Anni di amore e di amicizia per la nostra regione ed i suoi abitanti. All’improvviso “s’ode a destra uno squillo di tromba” direbbe il Manzoni. Note frizzanti ed intense accompagnate dall’eco delle percussioni. Sempre più chiare e distinte. Acceleriamo il passo incuriositi. Vibrazioni sonore che, nel loro crescente nitore, confermano il marchio di fabbrica. “Ma questa è la funky jazz orchestra” preciso ai miei sorpresi interlocutori. “La banda itinerante del mio paese.” spiego. “La riconoscerei tra mille” concludo orgoglioso. Ci avviciniamo e ci mettiamo in coda alla processione di turisti e di curiosi. L’interesse e l’attenzione sono evidenti e diffusi. I suoni trasmettono felicità, allegria, festosità. I musicisti si muovono in sintonia con le musiche e diffondono quel tocco di perizia e di teatralità che conquista. Qualcuno tra gli ascoltatori, rapito dalle melodie, accenna qualche passo di danza; qualche altro batte le mani o i piedi per accompagnare in qualche modo il ritmo. La sosta presso un bar costituisce l’occasione per una breve pausa. I baristi dispiegano le bevande per gli assetati musicisti e per il folto pubblico di appassionati. Ne approfitto per un cenno di saluto ad Antonio, Raffaele, Agostino, Armando, Domenico e Giovanni tra i primi volti che riconosco. Ricambiano, compiaciuti della nostra presenza, prima di riprendere l’esibizione. Antonio in testa a scandire ritmi e tempi, gli altri, in perfetta sintonia, ad allietare e divertire i presenti. Al termine una stupenda “No potho reposare” suggella, tra l’ammirazione di sardi e continentali, una serata magnifica. La prima banda di strada della Sardegna ormai non ha più bisogno di presentazioni: una serie interminabile di esibizioni nella nostra isola e fuori dai suoi confini testimonia un generale apprezzamento. Non deve stupire, pertanto, il successo delle sue produzioni discografiche, impreziosite dai contributi tra gli altri di Paolo Fresu, Roberto Vecchioni, Bertas, Danilo Sacco, Francesco Piu, Mauro Ottolini e Francesca Tagliabue. In definitiva questa innovativa formazione piace perché con la bellezza dei suoi brani riempie il cuore di vita e di energia. Piace per il fascino delle sue straordinarie sonorità. Piace per la sua freschezza, per la sua originalità e per la bravura dei musicisti. Piace perché allontana le ansie e le preoccupazioni. Piace perché veicola emozioni divertendo e divertendosi. Piace perché possiede una precisa identità ed un ricco programma. Piace perché utilizza una tecnica comunicativa diretta e immediata e, nel diffondere il proprio messaggio, crea un profondo rapporto di interazione, di empatia, di complicità e di compartecipazione.


domenica 29 luglio 2018

Gli occhi di Josephine

Il bagno in mare di oggi mi ha lasciato una sensazione strana. Un retrogusto spiacevole. Amaro. L’acqua sembrava più scura. Quasi intrisa di tristezza. Di angoscia. Le mie mani illividite dalla paura. Il cuore inondato dall’orrore per i mostri che siamo diventati. Quasi inavvertitamente, ma progressivamente. In un crescendo di apatia e di cinismo. Carnefici dei nostri simili. Giustizieri dei più sfortunati. Oppressori dei disgraziati della terra. Apostoli manichei combattuti tra respingimenti e accoglimenti. Fermi nei nostri principi. Incrollabili nei nostri convincimenti. Eppure ci deve essere una terza via tra i due corni del dilemma. Ce la chiede lo sguardo di Josephine miracolosamente sopravvissuta alla malvagità dei suoi aguzzini. Che parla direttamente ai nostri cuori. Senza profferire parole eppure tanto efficace e profondo. Ce lo chiedono i suoi occhi che hanno visto l’inferno della morte e vogliono riassaporare la dolcezza della vita. Quelle gemme chiare sulle quali si sono specchiate tante anime ciniche, avide, indifferenti, sprezzanti. Specchio di stati che dopo aver colonizzato, derubato, depredato, saccheggiato e devastato un continente, non riescono a portare in salvo qualche centinaio di vite umane. Che hanno lasciato colpevolmente annegare negli ultimi quindici anni 34.500 disgraziati. 34.500 corpi che si sono lentamente inabissati senza conforti, senza preghiere, senza onoranze. Identità anonime prive dei più elementari gesti o delle più semplici testimonianze di umanità. Che pesano come macigni nelle coscienze dell’umanità. Vorrei riassaporare la dolcezza dell’acqua che genera la vita e non la toglie. Trarre da quello sguardo vitreo, fisso nel vuoto delle nostre coscienze lo stimolo ad essere migliore. Consapevole che l’amore ha un grande impatto e può, talvolta, concretizzarsi anche attraverso un rafforzato sentimento di fraternità e un rinnovato sguardo di carità.

lunedì 16 aprile 2018

Tessiture di donne di Antonietta Langiu


“Di fronte ad un libro non dobbiamo chiederci che cosa dica, ma che cosa vuole dire… questo perché ciascuno di essi suggerisce una risposta alla domanda sul senso della nostra esistenza”. L’ultima fatica letteraria di Antonietta Langiu, "Tessiture di donne", si inserisce mirabilmente in questa considerazione di Umberto Eco, perché consente ai lettori di ritrovarvi, con il piacere della lettura, la risposta ad un significativa domanda sul nostro percorso esistenziale.
Il romanzo è incentrato su un’originale struttura narrativa nella quale si intrecciano intersecandosi le voci narranti delle due protagoniste, Lisa ed Antonietta. La prosa incisiva si dirama in linguaggi immediati ed essenziali. Il possesso di un ben strutturato bagaglio linguistico consente alla scrittrice di presentare le vicende delle varie protagoniste intercalandole con una sorta di cantuccio prosaico, di manzoniana memoria, nel quale condensare i propri punti di vista. La scrittura evidenzia finezza e ricchezza espressive che hanno il pregio di suscitare il gusto, l’interesse e la partecipazione del lettore. Lisa ricostruisce attraverso la memoria la parabola della sua esistenza caratterizzata da un intreccio fittissimo di gioie e di dolori, di sofferenze e di soddisfazioni, di oppressioni e di redenzioni. Saprà ritrovarsi e trovare le risposte alle proprie inquietudini, solo attraverso il ritorno alla propria terra, alle proprie radici esistenziali. “La terra con i suoi colori, i suoi profumi, i suoi paesaggi incantati che diventano parte”… di lei. E il suo animo ne uscirà consolato. Le vicende si sviluppano senza inseguire una rigorosa successione degli accadimenti; si evolvono per aggregazioni successive dei fatti raccontati attraverso anticipazioni e ripresi con aggiunte e nuove rivelazioni. L’impasto stilistico, nella sua essenzialità, risulta, pertanto, vivo, ricco ed espressivo.
Libro che incuriosisce, che rapisce, che stupisce, che irretisce e che talvolta intristisce perché permeato da un’aguzza inquietudine, da un sottile velo di malinconia che si smaterializza nel tentativo, riuscito, di comprendere il senso della vita. Possiamo cogliere l’essenza della nostra esistenza solo attraverso la comprensione della sofferenza che si realizza attraverso la compassione (patior cum soffro insieme). Vivere la verità diventa, pertanto, un impegno etico, illuminato dalla presenza dei bambini che stimolano l’amore, l’indulgenza e il rispetto. A questo proposito citerei il bel libro di E Morante (1968) “Il mondo salvato dai ragazzini” che costituisce un inno all’adolescenza e alla sua bellezza, salvatrici del mondo. In entrambi la giustizia, l’uguaglianza, la solidarietà, la fraternità costituiscono i pilastri sui quali edificare un mondo migliore. Il senso della vita consiste nell’ascoltare chi ti cammina accanto e nell'aiutarlo se si trova in difficoltà. Obiettivo non raggiungibile senza l’apporto, il contributo, il coraggio, l’impegno, la determinazione delle donne. Depositarie di parole, di valori, di libertà e di insegnamenti che sanno dare il giusto senso alla vita di tutti. Il morbo della lettura per sua natura dovrebbe essere “infettivo, non difettivo” secondo lo scrittore Erri De Luca. “Tessiture di donne”, incomparabile compagno di scoperte, trasmette e diffonde questo piacevole contagio che rapisce il lettore dalla prima all’ultima pagina. I libri bisogna leggerli e se possibile rileggerli per assaporare le emozioni che suscitano, le curiosità che stimolano, le conoscenze che sviluppano. Bisogna accostarsi alla lettura con la premura, con l’attenzione e con la passione che un orafo dedica alla realizzazione di un gioiello pregiato. Silenzio, impegno, applicazione costituiscono il sottofondo naturale. Dobbiamo annusare i libri per avvertire l’intrinseco incanto che solletica i nostri cuori. Solo in questo caso diventiamo un tutt’uno e, attraverso questo profondo ed intimo rapporto di sintonia e di simbiosi, entriamo a far parte del mondo che rappresentano. Ray Bradbury, nel suo romanzo Fahrenhait 451 del 1951 avvalora l’importanza del romanzo. Un vecchio professore spiega al protagonista Guy Montag che i libri sono essenziali, non perché ispirati alla realtà, ma perché rappresentano la vita e in questo modo ci offrono la possibilità di agire sulla base delle conoscenze apprese. Paradossalmente i libri devono essere vietati per non sprofondare in un mondo di dubbi o di consapevolezze, di incertezze e di sicurezze. Il professore ipotizza un mondo salvato dagli uomini-libro: ciascuno di essi, dovendo salvare il mondo, dovrà farsi carico di salvare un libro. In questo caso metaforicamente mi farei carico di salvare “Tessiture di donne” con questa motivazione: rappresenta un viaggio il cui piacere (in sintonia con Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust) non deriva dalla possibilità di poter scendere alla prima fermata quando si è stanchi o affaticati; consiste, invece, nell’accrescere il divario di conoscenze maturate tra l’inizio e la fine del nostro percorso di meditazione, di lettura e di vita.
Questo libro, per i valori che promuove, per i raggi di luce che irradia, per gli incanti della nostra terra che evoca, aiuta, attraverso una più articolata conoscenza dell’animo umano, a capire il senso profondo della nostra esistenza. Che se riflettiamo bene è l’obiettivo più nobile e più significativo che consegue dalla mirabile magia che scaturisce dalla tessitura delle parole.

martedì 6 febbraio 2018

Pluricandidature o plurinvestiture?




Non se ne parla. Costituisce un diritto acquisito ormai metabolizzato. Tutti i partiti, tranne uno, si sono prontamente adeguati per sfruttarne la potenzialità. Incuranti della logica perversa che stava alla base della sua approvazione. Peraltro espletata in maniera quasi plebiscitaria nei due rami del parlamento. Entusiasmare lo sprovveduto elettore raggirando la sua ingenuità. Ci riferiamo al trucco delle pluricandidature che il nuovo sistema elettorale ha messo a disposizione dei partiti. Esiste una motivazione logica alla base della conservazione di questo privilegio feudale? Non l’abbiamo trovata. Non so se tra i lettori ci sia qualcuno in grado di giustificare questo stratagemma che costituisce una specie di gioco delle tre carte. Scopri/voti Tizio e poi ti accorgi di aver votato Sempronio scoprendo che Tizio si è accasato da un’altra parte. E questo obiettivo lo si persegue attraverso un oculato calcolo del livello di fidelizzazione dei secondi arrivati. Che diventeranno primi in base ad un’accurata analisi del grado di curvatura schienale raggiunta. Forse i votanti potrebbero sconfessare con il voto la filosofia che ha avvalorato questi sistemi perfidi; ma è solo utopia pensare di respingere le logiche perverse e dominanti dei partiti. Avrà ragione quel mio amico che da anni non esprime il proprio voto perché mantiene una postura eretta? Non oso raccogliere questa ipotesi anche se la tentazione è forte. Prepariamoci, pertanto, a discettare, all'indomani del voto, sulla crescente ed allarmante disaffezione degli elettori, indossando l’abituale cilicio di contrizione e d’incredulità.

martedì 2 gennaio 2018

In carrozza si parte



In carrozza, si parte. Da capotreno di lungo corso mi accingo, come tutti voi, ad avviare il frecciavita numero 2018 in partenza alle ore 24.00 del 31 dicembre 2017. Ci attendono 365 scali apparentemente uguali, in realtà diversi, profondamente difformi uno dall’altro. Visiteremo stazioni addobbate di fiori, ne troveremo altre deserte e malinconiche. Entusiasmo e passione si alterneranno con abbattimento e prostrazione. Cuori gentili ed anime generose ci sorrideranno e faranno dimenticare le amarezze e le sofferenze che contrassegneranno i nostri arrivi. Tutto servirà ad arricchire il nostro itinerario: nuove esistenze rallegreranno le nostre soste e inaspettati distacchi affliggeranno le nostre partenze. Alcuni precetti li abbiamo maturati nei viaggi precedenti: la serenità che deriva dalla semplicità, la pace che scaturisce dalla sincerità, l’amicizia che matura nella concordia, l’armonia che discende dalla giustizia. La gioia che, talvolta, zampilla dal sorriso di uno sconosciuto. Sappiamo che non saremo soli in questo viaggio. Ci accompagneranno persone speciali: familiari, parenti, amici e conoscenti che hanno fatto parte del nostro convoglio condividendo gioie e sofferenze, delusioni e gratificazioni. Alcuni sono scesi alle fermate precedenti. Ferite strazianti e dolorose. Si sono ineluttabilmente e, talvolta, incomprensibilmente avvicinate all’uscio determinando un vuoto incolmabile nei nostri cuori. Siamo, però, certi che continuano ad influenzare le fatiche del nostro viaggio; il ricordo e la testimonianza del loro cammino contribuiscono a fortificare la nostra personalità. Un percorso esperienziale che trascorre senza tregua e si salda e si stratifica nel tempo e nei nostri cuori. Ed allora buon viaggio a tutti; partiamo fiduciosi verso questa nuova avventura con l’augurio di raggiungere la meta con rinnovata serenità.