In Italia vige una massima secondo la quale siamo
tutti commissari tecnici della nazionale di calcio. Questo fenomeno raggiunge
il suo apice in prossimità di manifestazioni prestigiose quali europei o
mondiali. Mutuando questo principio, rilevo che siamo tutti insegnanti e non
solo in congiunture cruciali quali inizio o chiusura dell’anno scolastico. Ogni
giorno, purtroppo, genitori, opinionisti, giornalisti, responsabili delle
istituzioni più disparate, spesso profani di didattica e di pedagogia, si
arrogano il diritto di interloquire con il mondo della scuola. Suggerimenti,
osservazioni, giudizi, critiche vengono dispensati in ogni momento a beneficio
dei docenti. Il motivo è semplice: i responsabili dell'educazione sono ritenuti
sprovveduti o incapaci di svolgere compiutamente il proprio ufficio. Una
notizia di cronaca di questi giorni conferma questo particolare. Il sindaco di
Mamoiada, riprendendo integralmente un elenco di 15 suggerimenti rivolto ai
propri alunni dal professor del liceo di Fermo Cesare Catà, ha disposto
l’abolizione dei compiti durante le vacanze estive degli alunni della propria
collettività. Le esercitazioni dovranno essere sostituite con letture, pratica
sportiva, correttezza comportamentale e dialettica, riflessioni, osservazioni,
buone compagnie, arricchimento culturale e conseguente maturazione di nuove e
più profonde consapevolezze. Non basterebbero diversi lustri per conseguire
alcuni di questi obiettivi. Il sindaco verificherà l’osservanza delle sue
disposizioni senza precisare le sanzioni comminabili agli inadempienti. Non
spetterebbe ai docenti il compito di individuare quantità e qualità delle
esercitazioni? Solo loro, attraverso un quotidiano rapporto, conoscono appieno
caratteristiche, specificità e personalità degli alunni. I ragazzi delle scuole
del suo centro hanno, inoltre, attitudini, possiedono competenze, hanno
maturato esperienze dissimili da quelle vissute dai loro coetanei marchigiani.
Consiglio, pertanto, i “tifosi” attuali e quelli futuri di riconsiderare il
ruolo dell’insegnante rivalutandone capacità e competenze: sono gli insegnanti,
in definitiva, i diretti responsabili dell’educazione globale dei ragazzi che
si realizza attraverso la trasmissione della conoscenza non disgiunta da
un’armonica attuazione dei processi di comprensione del mondo.
venerdì 10 giugno 2016
mercoledì 1 giugno 2016
La compagna del cavaliere
Nella vita di ciascuno gli
incontri si susseguono ininterrotti. Avviciniamo tante persone e meccanicamente
siamo portati ad esprimere giudizi sulla base dei loro comportamenti, degli atteggiamenti
e dei sentimenti che esprimono. Alcune conoscenze ci lasciano, ad un primo
impatto, indifferenti. Non abbiamo saputo cogliere l’essenzialità, la peculiarità,
e, in altri termini, la grandezza del nostro interlocutore. Basta, però, un’esperienza,
una condotta, un atteggiamento e si accende una scintilla che ci illumina e ci
fa comprendere l’ingenerosità del nostro giudizio. Una notizia, rilanciata dai
giornali, mi ha fatto riflettere su un episodio che ben si attaglia a questa considerazione.
E’ stato presentato al Bellaria Film Festival il documentario sulla vita di
Gioconda Beatrice Salvatori più nota come Joyce Lussu. Il film dal titolo “La
mia casa e i miei coinquilini costituisce un omaggio che la regista ha voluto
dedicare alla scrittrice, poetessa, traduttrice, partigiana, femminista
antifascista scomparsa a 86 anni nel 1998. Conobbi Joyce in occasione della sua,
credo, prima visita a Berchidda. Antonietta Langiu scrittrice berchiddese aveva
dato alle stampe il libro Sa contra ed aveva pensato di presentarlo in paese. Joyce
Lussu avrebbe dovuto recensirlo all’auditorium comunale. Nessuno meglio di lei
poteva farlo. Joyce aveva già colto la grandiosità del mondo ancora inedito di Antonietta
e aveva avuto un ruolo fondamentale nella pubblicazione nel 1992 dell’opera
prima “Sa contra”. Secondo l’intellettuale di origini inglesi era doveroso riappropriarsi
del significato della propria identità e nello stesso tempo “recuperare i
contatti con le proprie radici e la propria cultura”. Il percorso letterario di Antonietta trovava
in questo assunto la sua migliore esemplificazione. Questa opportunità ci
avrebbe offerto la possibilità di estendere la conoscenza di un destino che è”
universale” in quanto comune a tutti i popoli. Ero stato invitato da Antonietta
a sviluppare un contributo sui contenuti del libro. All’atto delle
presentazioni credetti di avvertire in Joyce una certo distacco nei miei
confronti; notai, nel contempo, una straordinaria amicizia e una particolare confidenza
tra Antonietta e Joyce. Svolsi la mia relazione e altrettanto fece Joyce. Al
termine Antonietta sviluppò i motivi per i quali aveva scritto il libro e
illustrò i motivi che l’avevano spinta a scrivere. Rimasi leggermente deluso
dal taglio della relazione della nostra prestigiosa ospite. Parlò del libro,
invitò i presenti a leggerlo, ma si dilungò soprattutto su tematiche a lei
care: la vita e la morte, la pace e la guerra, le tematiche femministe e l’importanza
delle tradizioni proprie delle diverse culture. Il giorno successivo ebbi modo
di riconsiderare la frettolosità del mio giudizio. Joyce e Antonietta vollero
salutare i ragazzi delle scuole. Dopo la scuola elementare vollero incontrare i
ragazzi della scuola media. Programmammo un incontro con i ragazzi della mia
classe terza. Durante tutta la durata dell’incontro non ricordo che, nonostante
l’età, si sia mai accomodata sulla sedia. Si muoveva tra i banchi sollecitando
domande e offrendo risposte. Parlò di fascismo e di antifascismo, di impegno politico,
di resistenza, di problematiche attuali senza mai stancare i suoi interlocutori.
I ragazzi la osservavano ammaliati, ammirati e sorpresi per la vitalità, per l’’entusiasmo
e per il carisma di una ottantenne energica, vitale, diretta ed entusiasta
della vita. Ricordo che al termine, nel salutarmi mi abbracciò calorosamente. Era
innamorata della gioventù ed aveva apprezzato la vivacità degli interventi dei
giovanissimi. Solo allora capii la grandezza di una personalità che nonostante
la prepotenza della figura di suo marito Emilio Lussu, il mitico cavaliere dei
rossomori, aveva con coraggio, con intelligenza, con passione costruito un
percorso esistenziale altrettanto leggendario e straordinario.
martedì 31 maggio 2016
La melodia di un messaggio
Alle sei del mattino sono stato
svegliato dal canto di un usignolo. Una melodia dolcissima, prolungata che mi
ha riportato alla coscienza della quotidianità. Quasi per incanto, da una
fronda attigua, ha risposto un altro usignolo riproponendo una musicalità quasi
magica che solo la natura riesce a effondere se sappiamo ascoltarla con il
candore dell’infanzia. Che meraviglia! Pian piano ho capito che si era
instaurato un simpatico dialogo che valeva la pena riproporre all’attenzione di
tutti. Per fortuna disponevo nel comodino di un dizionario usignolese-italiano
abbastanza aggiornato, che mi ha consentito di decifrare, credo fedelmente, il
contenuto del loro confronto dialettico. Sorpresa iniziale, parlavano di me.
“Devi sapere -diceva il primo- che il signore che abita in questa casa si è
trasferito in campagna perché non riesce a dormire a casa sua per il caldo
eccessivo?”. “Mi sorprende –ribatteva il secondo pennuto-che i rappresentanti
della razza umana, fermamente convinti di essere superiori a tutti gli altri
animali, si spaventano per temperature che noi affrontiamo serenamente”. “Eppure
mio padre mi raccontava- aggiungeva il primo- che il babbo di questo signore
mieteva sotto il caldo canicolare senza alcun lamento”. “Le generazioni della
razza umana- ribatteva il secondo- si stanno via via rammollendo sfibrate dagli
agi ai quali fin da piccole sono abituate”. “Sarà –replicava il primo- ma io
sono abituato a diffidare di una razza che calpesta i deboli e gli indifesi e
non esita a portare la guerra al suo simile per affermare la propria egemonia”.
“Mi sembri troppo pessimista, i nostri vicini non ci hanno mai creato problemi
ed il padrone di casa, da piccolo, se ben ricordo i racconti paterni, non è
riuscito con la fionda ad abbattere neanche un passero. Quando gli andava bene
staccava la coda a qualche sonnolenta lucertola”. Come si permettono di mettere
in discussione le mie rinomate capacità balistiche - mi sono detto -
scaraventandomi fuori della porta di casa. Mi hanno investito di uno sguardo
tra il divertito e l’ironico e hanno spiccato un festoso volo nel cielo terso
della nostra amata isola.
Iscriviti a:
Post (Atom)