“Ah perché non son io
co’ miei pastori?” con questo verso Gabriele D'Annunzio concludeva nostalgicamente e magistralmente la sua stupenda
lirica “I pastori”. Ho amato sempre questi versi che richiamavano
le mie radici. Ecco perché vivo intensamente la disperazione dei figli della nostra terra. Figlio di pastore sono stato avviato con mio fratello e mia sorella agli
studi superiori prima e all'università poi. Allora si poteva. Mio padre, a
differenza del “padre padrone” descritto da Gavino Ledda non volle che abbracciassi
questo percorso di vita. “Troppo duro, pesante e faticoso” diceva. Per questo
motivo non mi insegnò a mungere, a curare le pecore, a tosarle, a riconoscerne
benessere o malessere fisico. Lo appresi successivamente con tanta forza di
volontà. E non fu semplice come si potrebbe immaginare. Il mio genitore era infaticabile nella
sua attività mutevole e complessa: scuoiare un agnello, sezionare le parti del
maiale, preparare gli insaccati, spaccare e accatastare la legna in previsione
dei rigori invernali. Un sacrificio individuale e solitario e per questo spesso
sconfortante e deprimente. Occorrevano doti non comuni: tempra, coraggio,
tenacia, carattere, resistenza. Nelle nostre realtà si economizzava, ma tutto sommato
si viveva dignitosamente grazie ad alimenti genuini e incontaminati: il pane
preparato in casa, i prodotti dell’orto, le carni, il latte e i suoi derivati.
Generi di prima necessità che sapevano di purezza e di primitività. Che,
comunque, non remuneravano adeguatamente le alzatacce dal tavolo i giorni di
Natale, di Pasqua e delle feste comandate per gli obblighi imposti dalla
presenza e dalle esigenze del bestiame: mungitura, foraggi, mangimi, attenzioni,
vigilanza e controlli. Le uscite quotidiane alle prime luci dell’alba ed i
rientri senza orari predefiniti. Alle preoccupazioni di mia madre per i suoi
quotidiani ritardi corrispondevano imprevisti nuovi, emergenze insolite:
assistenza al parto di una pecora, sistemazione di una recinzione precaria, transumanza
protratta più del previsto. E che dire delle avversità che sconvolgevano la
vita dei campi. Pecore sgozzate in più occasioni dai cani, agnelli razziati
dalle volpi, annate amaramente siccitose, incendi improvvisi ed angoscianti,
gelate tremende e devastanti. A tutto questo si aggiungeva l’impossibilità di
fruire di un giorno di ferie durante l’anno. Rinunce e sacrifici affrontati con serenità e con dignità. Un sottile velo di malinconia lo
attraversò quando consegnò il bestiame ad un giovane allevatore che lo acquistò
consapevole della la bontà e della qualità del nostro gregge. Per inciso
ricordo che il prezzo del latte ai primi del 1980 era pari a 1500 lire al litro
(75 centesimi circa di euro). Sono trascorsi quasi quattro decenni. Un’eternità
economica e sociale. Oggi ci si ribella alla miseria dei 60 centesimi per un
litro di latte e si vorrebbe ottenere almeno un euro. E qualcuno ancora non
capisce i motivi di tanto malcontento. Incomprensibile per una parte della pubblica opinione la battaglia di
civiltà volta a difendere la propria dignità e la propria identità. Resistere
per esistere e per sopravvivere. Senza se e senza ma. L’unica soddisfazione
deriva dalla constatazione che mio padre è deceduto senza aver vissuto questa tremenda,
tragica, drammatica vicenda. Ne avrebbe sofferto terribilmente. Forse non avrebbe
superato questa devastante esperienza. Per questi motivi sono idealmente, affettivamente e dannunzianamente vicino ai pastori. “Ah perché non son io co’ miei pastori?”
domenica 10 febbraio 2019
mercoledì 3 ottobre 2018
Su Furrighesu de Campu ‘e Nades
Non
si finisce mai di apprendere. E di immaginare. E di sorprendersi. E di capire.
E di scoprire. E di provare emozioni nuove e sconosciute. Che tracimano quando
un mondo arcaico ci rivela la sua civiltà. La sua nobiltà. La sua grandezza. La
sua dignità. La sua forza. E la sua attualità. Tutto nasce da una chiacchierata
tra amici. Piero possiede un documento storico che cita la presenza de unu furrighesu,
piccola grotticella scavata sulla roccia di epoca prenuragica. Ha cercato di
localizzarla nel tempo senza risultati. Nessuno tra i proprietari della zona
indicata nel documento ne ha mai sentito parlare. Fino ad una chiacchierata con
Tonino. Questi ne ricorda l’ubicazione esatta, grazie alle indicazioni
fornitegli dal padre quando era poco più di un bambino. Nel tempo ha più volte
rivisto la celletta funeraria e non ha dubbi sulla corrispondenza con quella
citata dal documento. Sono felice di far parte del trio che in qualche modo
riscopre un’antica documentazione della nostra cultura. Una bella mattinata
autunnale fa da cornice alla nostra escursione. Ci accompagna Dick uno
splendido setter impegnato nella perlustrazione del territorio alla ricerca di
tracce di selvaggina. La rugiada che imperla l’erbetta comprova una nottata umida
scaturita dall’autunno incipiente. Nuvole appena accennate stemperano la foga
dei raggi del sole. Dopo un tratto a bordo del fuoristrada riprendiamo il
percorso a piedi. Ci addentriamo in un bosco costeggiando il percorso del fiume
(riu riu). La macchia mediterranea prorompe impetuosa complice un’estate
straordinariamente piovosa. Querce, lecci, ontani, biancospini, rovi di ogni
genere ci costringono a mutare costantemente direzione per raggiungere la meta.
Non è facile trovare l’obiettivo del nostro viaggio immerso in una folta vegetazione
che si è infittita in seguito al progressivo abbandono delle coltivazioni e
all’assenza del bestiame. Alla fine Tonino manifesta la sua soddisfazione.
“Eccolo” ci dice, mentre ci avviciniamo, non senza sorpresa, ad ammirare questo
splendido monumento. Frutto della raffinata perizia costruttiva di una comunità
attenta e sensibile alla devozione e al culto di chi ci lascia. Ci avviciniamo
in silenzio. Anche Dick sosta rispettoso davanti all’imbocco e non osa profanare
questo luogo di culto. Rapiti e deferenti sostiamo davanti a quel piccolo
sepolcro scavato sulla roccia. Presente secondo Giovanni Lilliu (La civiltà dei
sardi, Eri, 1967) nella nostra isola in zone diverse e distanti tra loro tra le
quali “Dorgali ( Mariughia e Canudedda), Abbasanta (Mesu Enas e S’Androne) e nei
ripiani granitici di Berchidda (loc. San Salvatore o Furrighesos)”.
Procediamo ad una prima ricognizione della nicchia ricavata in una possente
roccia di granito. Gli 80 centimetri della porticina di accesso potrebbero
essere incrementati attraverso la ripulitura del terriccio accumulato alla base
nel tempo. Le misure delle tre dimensioni della grotticella circolare si
aggirano sui cento centimetri circa. Ci ha colpito soprattutto l’armonia e la
simmetria della volta a cupola; sbalorditiva la scelta di una tecnica che presuppone una particolare
maestria per garantire rotondità nelle forme e levigatezza nelle superfici. La
necessità di operare in posizione supina all’interno dell’incavo costituisce un
ulteriore attestato della competenza dello scultore. Ancora più strabiliante
perché questo miracolo artistico è stato realizzato scavando sul granito,
roccia notoriamente dura e resistente, con strumenti primordiali. Una vera e
propria opera d’arte che si conserva intatta nel tempo. Documentazione di un
passato che riemerge disvelando elementi unici, peculiari ed ineguagliabili.
Respiriamo a pieni polmoni il clima di sacralità che emana questo monumento
architettonico prima di allontanarci emozionati ed entusiasti per aver
riscoperto una significativa testimonianza della nostra civiltà.
La
trascrizione del documento è stata curata da Piero Modde ed è stata tratta dal Libro di Amministrazione
parrocchiale... (1812-1848), pag. 13 r. Dovrebbe essere stato
scritto verso la metà del 1700.
"In su logu vulgu naradu sa funtana de messer
Giulianu, s’intendedet a benner atta atta a ojos a su canale a pigare a
terras de Sisinni Fresu, a torrare caminu caminu mannu a pigare a sas terras de
D[o]n Gavinu Pes. Ateru pezzu de terra in su matessi logu, pighende dae su
bachile a su Suerzu de su terravinu, passende a su suerzu, logu chi faghet
giaru a su riu, bettendesi atta atta a ojos a su canale derettu a badu truliu,
falende riu riu, torrende a su canale Pedrosu, alzende a subra rujende su
canale, fina a satta de subra, torrende ischina ischina a ojos a sas
pinnetas de Cazina, cun su orzale, e faharzu de sa chea de sas Pinnetas a
cunfrontare a su badu de su furrighesu, alzende termene termene a pigare
a terras de Salvadore Spensatellu".
sabato 1 settembre 2018
La mia banda suona il funky jazz
Una
serata estiva promettente. Frizzante, gradevole e stimolante. Foriera di
piacevoli esperienze. Lo avverti dall’atmosfera che ti avvolge: sembra fremere
leggera e spensierata nell’accogliere i deboli refoli delle brezze serali.
Un’amena località di villeggiatura. Turisti festanti. Sazi di sole, ammaliati
dal mare, entusiasmati dalle nostre prelibatezze. Cercano, e molti ci riescono,
di recuperare le energie e di eliminare le tossine e lo stress accumulati
durante interminabili e noiosi mesi di lavoro. Cammino in compagnia di amici. Conquistati
dalle bellezze sarde, non possono fare a meno di un soggiorno annuale nella
nostra isola. Anni di amore e di amicizia per la nostra regione ed i suoi
abitanti. All’improvviso “s’ode a destra uno squillo di tromba” direbbe il
Manzoni. Note frizzanti ed intense accompagnate dall’eco delle percussioni.
Sempre più chiare e distinte. Acceleriamo il passo incuriositi. Vibrazioni
sonore che, nel loro crescente nitore, confermano il marchio di fabbrica. “Ma
questa è la funky jazz orchestra” preciso ai miei sorpresi interlocutori. “La
banda itinerante del mio paese.” spiego. “La riconoscerei tra mille” concludo
orgoglioso. Ci avviciniamo e ci mettiamo in coda alla processione di turisti e
di curiosi. L’interesse e l’attenzione sono evidenti e diffusi. I suoni
trasmettono felicità, allegria, festosità. I musicisti si muovono in sintonia
con le musiche e diffondono quel tocco di perizia e di teatralità che conquista.
Qualcuno tra gli ascoltatori, rapito dalle melodie, accenna qualche passo di
danza; qualche altro batte le mani o i piedi per accompagnare in qualche modo il
ritmo. La sosta presso un bar costituisce l’occasione per una breve pausa. I
baristi dispiegano le bevande per gli assetati musicisti e per il folto
pubblico di appassionati. Ne approfitto per un cenno di saluto ad Antonio,
Raffaele, Agostino, Armando, Domenico e Giovanni tra i primi volti che
riconosco. Ricambiano, compiaciuti della nostra presenza, prima di riprendere
l’esibizione. Antonio in testa a scandire ritmi e tempi, gli altri, in perfetta
sintonia, ad allietare e divertire i presenti. Al termine una stupenda “No
potho reposare” suggella, tra l’ammirazione di sardi e continentali, una serata
magnifica. La prima banda di strada della Sardegna ormai non ha più bisogno di
presentazioni: una serie interminabile di esibizioni nella nostra isola e fuori
dai suoi confini testimonia un generale apprezzamento. Non deve stupire,
pertanto, il successo delle sue produzioni discografiche, impreziosite dai
contributi tra gli altri di Paolo Fresu, Roberto Vecchioni, Bertas, Danilo
Sacco, Francesco Piu, Mauro Ottolini e Francesca Tagliabue. In definitiva
questa innovativa formazione piace perché con la bellezza dei suoi brani
riempie il cuore di vita e di energia. Piace per il fascino delle sue
straordinarie sonorità. Piace per la sua freschezza, per la sua originalità e per
la bravura dei musicisti. Piace perché allontana le ansie e le preoccupazioni. Piace
perché veicola emozioni divertendo e divertendosi. Piace perché possiede una
precisa identità ed un ricco programma. Piace perché utilizza una tecnica
comunicativa diretta e immediata e, nel diffondere il proprio messaggio, crea
un profondo rapporto di interazione, di empatia, di complicità e di
compartecipazione.
domenica 29 luglio 2018
Gli occhi di Josephine
Il
bagno in mare di oggi mi ha lasciato una sensazione strana. Un retrogusto
spiacevole. Amaro. L’acqua sembrava più scura. Quasi intrisa di tristezza. Di
angoscia. Le mie mani illividite dalla paura. Il cuore inondato dall’orrore per
i mostri che siamo diventati. Quasi inavvertitamente, ma progressivamente. In
un crescendo di apatia e di cinismo. Carnefici dei nostri simili. Giustizieri
dei più sfortunati. Oppressori dei disgraziati della terra. Apostoli manichei combattuti tra respingimenti e accoglimenti.
Fermi nei nostri principi. Incrollabili nei nostri convincimenti. Eppure ci
deve essere una terza via tra i due corni del dilemma. Ce la chiede lo sguardo
di Josephine miracolosamente sopravvissuta alla malvagità dei suoi aguzzini.
Che parla direttamente ai nostri cuori. Senza profferire parole eppure tanto
efficace e profondo. Ce lo chiedono i suoi occhi che hanno visto l’inferno
della morte e vogliono riassaporare la dolcezza della vita. Quelle gemme chiare
sulle quali si sono specchiate tante anime ciniche, avide, indifferenti,
sprezzanti. Specchio di stati che dopo aver colonizzato, derubato, depredato,
saccheggiato e devastato un continente, non riescono a portare in salvo qualche
centinaio di vite umane. Che hanno lasciato colpevolmente annegare negli ultimi
quindici anni 34.500 disgraziati. 34.500 corpi che si sono lentamente
inabissati senza conforti, senza preghiere, senza onoranze. Identità anonime prive
dei più elementari gesti o delle più semplici testimonianze di umanità. Che
pesano come macigni nelle coscienze dell’umanità. Vorrei riassaporare la
dolcezza dell’acqua che genera la vita e non la toglie. Trarre da quello
sguardo vitreo, fisso nel vuoto delle nostre coscienze lo stimolo ad essere
migliore. Consapevole che l’amore ha un grande impatto e può, talvolta,
concretizzarsi anche attraverso un rafforzato sentimento di fraternità e un
rinnovato sguardo di carità.
lunedì 16 aprile 2018
Tessiture di donne di Antonietta Langiu
“Di fronte ad un libro
non dobbiamo chiederci che cosa dica, ma che cosa vuole dire… questo perché ciascuno
di essi suggerisce una risposta alla domanda sul senso della nostra esistenza”.
L’ultima fatica letteraria di Antonietta Langiu, "Tessiture di donne", si inserisce mirabilmente in
questa considerazione di Umberto Eco, perché consente ai lettori di ritrovarvi,
con il piacere della lettura, la risposta ad un significativa domanda sul nostro percorso esistenziale.
Il romanzo è incentrato
su un’originale struttura narrativa nella quale si intrecciano intersecandosi le
voci narranti delle due protagoniste, Lisa ed Antonietta. La prosa incisiva si
dirama in linguaggi immediati ed essenziali. Il possesso di un ben strutturato
bagaglio linguistico consente alla scrittrice di presentare le vicende delle
varie protagoniste intercalandole con una sorta di cantuccio prosaico, di
manzoniana memoria, nel quale condensare i propri punti di vista. La scrittura
evidenzia finezza e ricchezza espressive che hanno il pregio di suscitare il
gusto, l’interesse e la partecipazione del lettore. Lisa ricostruisce attraverso la memoria la parabola della sua esistenza caratterizzata da un intreccio
fittissimo di gioie e di dolori, di sofferenze e di soddisfazioni, di
oppressioni e di redenzioni. Saprà ritrovarsi e trovare le risposte alle
proprie inquietudini, solo attraverso il ritorno alla propria terra, alle
proprie radici esistenziali. “La terra con i suoi colori, i suoi profumi, i
suoi paesaggi incantati che diventano parte”… di lei. E il suo animo ne uscirà
consolato. Le vicende si sviluppano senza inseguire una rigorosa successione
degli accadimenti; si evolvono per aggregazioni successive dei fatti raccontati
attraverso anticipazioni e ripresi con aggiunte e nuove rivelazioni. L’impasto
stilistico, nella sua essenzialità, risulta, pertanto, vivo, ricco ed
espressivo.
Libro che incuriosisce, che
rapisce, che stupisce, che irretisce e che talvolta intristisce perché permeato
da un’aguzza inquietudine, da un sottile velo di malinconia che si
smaterializza nel tentativo, riuscito, di comprendere il senso della vita.
Possiamo cogliere l’essenza della nostra esistenza solo attraverso la comprensione
della sofferenza che si realizza attraverso la compassione (patior cum soffro
insieme). Vivere la verità diventa, pertanto, un impegno etico, illuminato
dalla presenza dei bambini che stimolano l’amore, l’indulgenza e il rispetto. A
questo proposito citerei il bel libro di E Morante (1968) “Il mondo salvato dai
ragazzini” che costituisce un inno all’adolescenza e alla sua bellezza, salvatrici del mondo. In entrambi la giustizia, l’uguaglianza, la solidarietà,
la fraternità costituiscono i pilastri sui quali edificare un mondo migliore. Il senso della vita
consiste nell’ascoltare chi ti cammina accanto e nell'aiutarlo se si trova in
difficoltà. Obiettivo non raggiungibile senza l’apporto, il contributo, il
coraggio, l’impegno, la determinazione delle donne. Depositarie di parole, di
valori, di libertà e di insegnamenti che sanno dare il giusto senso alla vita
di tutti. Il morbo della lettura per sua natura dovrebbe essere “infettivo, non
difettivo” secondo lo scrittore Erri De Luca. “Tessiture di donne”, incomparabile
compagno di scoperte, trasmette e diffonde questo piacevole contagio che
rapisce il lettore dalla prima all’ultima pagina. I libri bisogna leggerli e se
possibile rileggerli per assaporare le emozioni che suscitano, le curiosità che
stimolano, le conoscenze che sviluppano. Bisogna accostarsi alla lettura con la
premura, con l’attenzione e con la passione che un orafo dedica alla
realizzazione di un gioiello pregiato. Silenzio, impegno, applicazione
costituiscono il sottofondo naturale. Dobbiamo annusare i libri per avvertire
l’intrinseco incanto che solletica i nostri cuori. Solo in questo caso
diventiamo un tutt’uno e, attraverso questo profondo ed intimo rapporto di
sintonia e di simbiosi, entriamo a far parte del mondo che rappresentano. Ray
Bradbury, nel suo romanzo Fahrenhait 451 del 1951 avvalora l’importanza del
romanzo. Un vecchio professore spiega al protagonista Guy Montag che i libri
sono essenziali, non perché ispirati alla realtà, ma perché rappresentano la
vita e in questo modo ci offrono la possibilità di agire sulla base delle
conoscenze apprese. Paradossalmente i libri devono essere vietati per non
sprofondare in un mondo di dubbi o di consapevolezze, di incertezze e di
sicurezze. Il professore ipotizza un mondo salvato dagli uomini-libro: ciascuno
di essi, dovendo salvare il mondo, dovrà farsi carico di salvare un libro. In
questo caso metaforicamente mi farei carico di salvare “Tessiture di donne” con
questa motivazione: rappresenta un viaggio il cui piacere (in sintonia con Alla
ricerca del tempo perduto di Marcel Proust) non deriva dalla possibilità di
poter scendere alla prima fermata quando si è stanchi o affaticati; consiste,
invece, nell’accrescere il divario di conoscenze maturate tra l’inizio e la
fine del nostro percorso di meditazione, di lettura e di vita.
Questo libro, per i
valori che promuove, per i raggi di luce che irradia, per gli incanti della
nostra terra che evoca, aiuta, attraverso una più articolata conoscenza
dell’animo umano, a capire il senso profondo della nostra esistenza. Che se
riflettiamo bene è l’obiettivo più nobile e più significativo che consegue
dalla mirabile magia che scaturisce dalla tessitura delle parole.
martedì 6 febbraio 2018
Pluricandidature o plurinvestiture?
Non se ne parla.
Costituisce un diritto acquisito ormai metabolizzato. Tutti i partiti, tranne
uno, si sono prontamente adeguati per sfruttarne la potenzialità. Incuranti
della logica perversa che stava alla base della sua approvazione. Peraltro
espletata in maniera quasi plebiscitaria nei due rami del parlamento.
Entusiasmare lo sprovveduto elettore raggirando la sua ingenuità. Ci riferiamo
al trucco delle pluricandidature che il nuovo sistema elettorale ha messo a
disposizione dei partiti. Esiste una motivazione
logica alla base della conservazione di questo privilegio feudale? Non
l’abbiamo trovata. Non so se tra i lettori ci sia qualcuno in grado di
giustificare questo stratagemma che costituisce una specie di gioco delle tre
carte. Scopri/voti Tizio e poi ti accorgi di aver votato Sempronio scoprendo
che Tizio si è accasato da un’altra parte. E questo obiettivo lo si persegue
attraverso un oculato calcolo del livello di fidelizzazione dei secondi
arrivati. Che diventeranno primi in base ad un’accurata analisi del grado di
curvatura schienale raggiunta. Forse i votanti potrebbero sconfessare con il
voto la filosofia che ha avvalorato questi sistemi perfidi; ma è solo utopia
pensare di respingere le logiche perverse e dominanti dei partiti. Avrà ragione
quel mio amico che da anni non esprime il proprio voto perché mantiene una
postura eretta? Non oso raccogliere questa ipotesi anche se la tentazione è
forte. Prepariamoci, pertanto, a discettare, all'indomani del voto, sulla
crescente ed allarmante disaffezione degli elettori, indossando l’abituale
cilicio di contrizione e d’incredulità.
martedì 2 gennaio 2018
In carrozza si parte
In carrozza, si parte. Da
capotreno di lungo corso mi accingo, come tutti voi, ad avviare il frecciavita
numero 2018 in partenza alle ore 24.00 del 31 dicembre 2017. Ci attendono 365
scali apparentemente uguali, in realtà diversi, profondamente difformi uno
dall’altro. Visiteremo stazioni addobbate di fiori, ne troveremo altre deserte
e malinconiche. Entusiasmo e passione si alterneranno con abbattimento e
prostrazione. Cuori gentili ed anime generose ci sorrideranno e faranno dimenticare le amarezze e le sofferenze che
contrassegneranno i nostri arrivi. Tutto servirà ad arricchire il nostro
itinerario: nuove esistenze rallegreranno le nostre soste e inaspettati
distacchi affliggeranno le nostre partenze. Alcuni precetti li abbiamo maturati
nei viaggi precedenti: la serenità che deriva dalla semplicità, la pace che
scaturisce dalla sincerità, l’amicizia che matura nella concordia, l’armonia
che discende dalla giustizia. La gioia che, talvolta, zampilla dal sorriso di
uno sconosciuto. Sappiamo che non saremo soli in questo viaggio. Ci
accompagneranno persone speciali: familiari, parenti, amici e conoscenti che hanno
fatto parte del nostro convoglio condividendo gioie e sofferenze, delusioni e
gratificazioni. Alcuni sono scesi alle fermate precedenti. Ferite strazianti e
dolorose. Si sono ineluttabilmente e, talvolta, incomprensibilmente avvicinate
all’uscio determinando un vuoto incolmabile nei nostri cuori. Siamo, però,
certi che continuano ad influenzare le fatiche del nostro viaggio; il ricordo e
la testimonianza del loro cammino contribuiscono a fortificare la nostra
personalità. Un percorso esperienziale che trascorre senza tregua e si salda e
si stratifica nel tempo e nei nostri cuori. Ed allora buon viaggio a tutti;
partiamo fiduciosi verso questa nuova avventura con l’augurio di raggiungere la
meta con rinnovata serenità.
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