In carrozza, si parte. Da
capotreno di lungo corso mi accingo, come tutti voi, ad avviare il frecciavita
numero 2018 in partenza alle ore 24.00 del 31 dicembre 2017. Ci attendono 365
scali apparentemente uguali, in realtà diversi, profondamente difformi uno
dall’altro. Visiteremo stazioni addobbate di fiori, ne troveremo altre deserte
e malinconiche. Entusiasmo e passione si alterneranno con abbattimento e
prostrazione. Cuori gentili ed anime generose ci sorrideranno e faranno dimenticare le amarezze e le sofferenze che
contrassegneranno i nostri arrivi. Tutto servirà ad arricchire il nostro
itinerario: nuove esistenze rallegreranno le nostre soste e inaspettati
distacchi affliggeranno le nostre partenze. Alcuni precetti li abbiamo maturati
nei viaggi precedenti: la serenità che deriva dalla semplicità, la pace che
scaturisce dalla sincerità, l’amicizia che matura nella concordia, l’armonia
che discende dalla giustizia. La gioia che, talvolta, zampilla dal sorriso di
uno sconosciuto. Sappiamo che non saremo soli in questo viaggio. Ci
accompagneranno persone speciali: familiari, parenti, amici e conoscenti che hanno
fatto parte del nostro convoglio condividendo gioie e sofferenze, delusioni e
gratificazioni. Alcuni sono scesi alle fermate precedenti. Ferite strazianti e
dolorose. Si sono ineluttabilmente e, talvolta, incomprensibilmente avvicinate
all’uscio determinando un vuoto incolmabile nei nostri cuori. Siamo, però,
certi che continuano ad influenzare le fatiche del nostro viaggio; il ricordo e
la testimonianza del loro cammino contribuiscono a fortificare la nostra
personalità. Un percorso esperienziale che trascorre senza tregua e si salda e
si stratifica nel tempo e nei nostri cuori. Ed allora buon viaggio a tutti;
partiamo fiduciosi verso questa nuova avventura con l’augurio di raggiungere la
meta con rinnovata serenità.
martedì 2 gennaio 2018
sabato 23 dicembre 2017
Stupenda metafora di civiltà
La ricerca prima
di tutto. Andare per i campi e per i boschi in una esplorazione che si rivelava
sempre fruttuosa. Non so perché, ma a quei tempi i nostri sopralluoghi ci
riservavano sorprese molto più fortunate e feconde rispetto ai nostri giorni.
La materia abbondava con i suoi riflessi verdastri ed più raramente argentati o
ramati che sfolgoravano al chiarore delle illuminazioni. Il muschio profumava
di quercia, di felce, di corbezzolo, di lentischio, di pascolo fresco appena
brucato dalle pecore. I belati degli agnellini costituivano la sinfonia che
accompagnava le nostre escursioni. La seconda fase consisteva nel recuperare gli
scatoloni conservati nel soffitto. Una leggera emozione assaliva le nostre
piccole mani impegnate nella scoperta delle statuine e delle illuminazioni
avvolte meticolosamente con la carta del giornale per preservarle dalla
polvere. Il luogo deputato ad accogliere la rappresentazione della nascita del
salvatore era sempre lo stesso ed attendeva, da un anno all’altro, la consueta
apoteosi. Ricordo perfettamente la gioia che provavamo nell’allestire questa
stupenda raffigurazione; il trasporto ed il coinvolgimento erano intensi ed
appassionati. La capanna innalzata con pareti in sughero grezzo, i corsi
d’acqua realizzati con la carta stagnola, qualche pietra di fiume ed un po’ di
sabbia per delimitare i percorsi dei pastori e dei magi. Ricordo con nostalgia,
in particolare, un mio personale stato d’animo che oggi mi fa sorridere: per
anticipare l’arrivo della festività avvicinavo alla capanna, all’insaputa di
tutti, le statuine dei pastori. Poiché ero portato ad avvicinarli troppo,
dovevo sistematicamente e malinconicamente indietreggiare quelli più solerti
nel raggiungere la meta tanto agognata. Penso che in tutte la case si vivesse
quella particolare atmosfera che anticipava il Natale. Quello che era privato,
familiare e personale è diventato, nel nostra realtà locale, pubblico, collettivo
e sociale. Direi quasi universale. L’allestimento del presepe attraverso la
manifestazione Notte de Chelu giunta quest’anno alla quarta edizione, ha
assunto una dimensione comunitaria che inorgoglisce l’intera cittadinanza. Lo
spettacolo di luci, di suoni, di sapori e di colori cresce esponenzialmente:
ogni anno più coinvolgente, più stupefacente, più immaginifico. I riscontri a
livello di presenze sempre crescenti. L’organizzazione e l’impegno della
proloco, dell’amministrazione comunale, della ditta Rau, dei rioni e dei singoli
cittadini, della Funky Jazz orchestra, dei locali cori Pietro Casu e Santu
Sabustianu e dei cori dei paesi vicini totale e totalizzante. Indicazioni
originali disseminate nei punti nevralgici ti conducono a scoprire queste
meravigliose e sfavillanti creazioni frutto dell’estro e della maestria di
sapienti artisti. La competitività è bandita perché sono tutti molto suggestivi.
Ogni rione cerca di mettere in mostra e di valorizzare il proprio genio costruttivo
e realizzativo. Quest’anno quasi tutti hanno operato un sensibile rinnovamento
di scenari, di protagonisti, di sfondi e di illuminazioni. Il tutto contornato
da canti, suoni, musica armoniosa e coinvolgente. L’originaria gioia di un
piccolo nucleo familiare stretto attorno al proprio presepe si arricchisce in
questo modo di una festosità che si ravviva perché è contrassegnata da
ospitalità, da accoglienza, da cooperazione, da fantasia e da creatività. Con Notte
de Chelu Berchidda offre una stupenda metafora della propria socialità e della propria civiltà.
giovedì 13 aprile 2017
Costruiamo insieme un ponte
Ricordo ancora l'emozione, la gioia e l’orgoglio che maturò in ciascuno nel salutare
una nuova era: l’introduzione della moneta unica in Europa. Un sistema finanziario cercava di avvicinare
i popoli superando le vetuste frontiere e le antiquate barriere doganali. Gli
osservatori più attenti non potevano non cogliere che i diversi tagli delle
banconote in euro erano accomunati dalla figura stilizzata di un ponte. Il ponte riaffermava il principio ed
allo stesso tempo il valore dell’appianamento delle incomprensioni, delle
disuguaglianze e delle barbarie. La costruzione di un ponte confligge con
la realizzazione di un muro. Il Vallo di Adriano, La Muraglia cinese, il muro
di Berlino, il muro tra Israele e Palestina, la ripresa della costruzione del
muro tra Stati Uniti e Messico, i nuovi reticolati in Europa rappresentano vere e proprie architetture di egoismo, di prevaricazione e di sopruso. Nel 1989, quando cadde il
muro di Berlino, sussistevano solo undici muri. Oggi ne contiamo settanta. La costruzione dei muri è una tendenza mondiale consolidata che mira a
respingere la povertà. Ciò che accomuna queste moderne barriere è combattere
l’avanzare dei migranti, dei derelitti, degli sfortunati. Eppure niente è di
più vero di quanto ha affermato di recente Joan Baez durante il ricevimento di
un prestigioso premio per la sua carriera di artista: “Costruiamo insieme un ponte,
un grandioso e bellissimo ponte per accogliere ancora una volta gli esausti e i
poveri. E pagheremo questo ponte con il nostro impegno. Noi, il popolo, siamo
gli unici a poter creare il cambiamento”. La civiltà e il progresso dei popoli prosperano
attraverso l’abbattimento dei muri e il felice incontro di culture diverse.
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